Adesso Bastar

Facciamo il punto.
Dopo 2400 km ho deciso di fermarmi un po’, almeno fino a Natale.

Mi fermo nel Chhattisgarh, uno degli stati più nuovi, riunito da non più di dieci anni, anzi 11 compiuti lo scorso 1 novembre, nel cuore dell’India (ci tengono molto a specificarlo). Questa zona in particolare, il Bastar, è un’isola felice, un mondo a sé.
I Bastar sono popoli che qui dicono discendere da una tribù africana; un po’ le sembianze ne ricordano l’aspetto, ma poi sono semplicemente vestiti diversamente, o meglio svestiti: portano il classico mutandone alla Gesù Cristo e le donne, con le tette al vento, sono coperte solo da una serie di gioielli (appena posso e se me lo permettono, faccio una foto). Ma questo è un aspetto tutto da approfondire..

Fin dal primo momento ho avuto una strana sensazione, come di esserci già stato, che so, da piccolo, e mi sembra di avere ricordi lontani, impressioni, atmosfere sentite. Mi ripeto: è una piccola svizzera indiana, non dico che non ci sono le fogne a cielo aperto, quelle ci sono, ma non le vedi. È una città giovane, con strade larghe abbastanza pulite. Il bello è che non ci sono mezzi pesanti e la differenza si sente, non c’è il classico polverone che ti si ficca da tutte le parti.

Sono stato adottato da una combriccola di ragazzi, che sono il vero motore di questa nuova società indiana. Sono tutti più o meno laureati. Chi lavora, chi studia e chi cazzeggia e basta. Qui il lavoro è una cosa strana: ciò che da noi viene svolto da una persona, qui lo si fa in 5. Si guadagna di meno, ma almeno mangiano tutti. Cosa che da queste parti…

Ma voglio soffermarmi un po’ sugli abitanti di Jagdalpur.
Descriviamo questi bei soggetti.

Chintu Prit Pal Pau singh, come i sikh, i cattivi di guerre stellari, ma con il turbante.
È alto due metri con un sorriso proporzionato alla stazza. Laureato in non so bene cosa, ora insegna ai ragazzini, e fa parte del Rescue Team, il pronto intervento/soccorso, e dei Servizi Sociali.
Pare sia il più intellettuale di tutti, lo chiamano “Pal the teacher”.
È lui che mi ha spiegato tutti i retroscena della zona: pare che ci siano in ballo, come al solito, un mucchio di interessi legati alla presenza di cave e di una base militare segreta dove fanno non so cosa.. Forse producono motori per i missili intercontinentali (bomba atomica, in breve), da cui la presenza di molti ingegneri.
E mi ha raccontato anche di un movimento naxilista che non ho capito bene cosa abbia da recriminare al governo, ma a questo punto si può anche intuire.
Giocatore di cricket, ho anche assistito ad un suo incontro e dopo due mesi ho quasi capito le regole, niente male!

Kranti, il sosia di bubu. Lui e suo fratello sono stati i primi che ho conosciuto qui a Jagdalpur.
Gestisce uno dei chioschetti più fighi di tutto il Sanjay Market, tutti lo conoscono e tutti prima o poi passano da lui, se non per un tea anche solo per un saluto.
Io l’ho conosciuto così, con la scusa del tea, e posso dire che se sono rimasto due settimane in una cittadina sperduta forse è anche merito suo. È stato lui che mi ha presentato ad un suo amico che giocava a calcio e da lì è partito tutto.
Insomma un appuntamento fisso, come da noi, solo che io, avendo tutto il tempo, potevo passarci anche più di un’ora e così, a detta sua, attiravo i clienti e li intrattenevo. Gli ultimi giorni si incazzava pure, se pagavo. Ghiudo da quando ci sei tu i miei affari sono raddoppiati.

Kiran e Baba, i due metodisti. Neri come la pece, sembrano filippini. Sono quelli che tra l’altro conoscono meglio l’inglese (molto meglio di me, ma questo un po’ tutti quelli che lo parlano) e stanno sempre al mio fianco. Kiran è molto discreto e gentile (come tutti, ma proprio tutti). Baba va e viene, è l’uomo ansia, ogni tanto saluta per poi tornare dopo dieci minuti e, come beve, inizia a sbiascicare e non si capisce più nulla di quello che dice.
E’ lui che ha avuto l’onore di farmi il biglietto di ritorno.

Shubam “henry the man”, lo sciupafemmine. Bello come il sole, “biondo” e una faccia che lo prenderesti a schiaffi.
Abbiamo fatto una gitarella insieme alle cascate di Chitrakote, poi, sulla strada del ritorno, siamo passati nella sua fabbrichetta di mattoni, sotto pressione del fratello grande che più di una volta lo ha richiamato all’ordine per telefono.
Classica scenetta “Zitti tutti! E abbassa la radio! The big brother…”. Ooooohh, silenzio di tomba.
Insomma, manco a dirlo: la manovalanza era costituita per lo più da ragazze giovani e, vi dirò, tutte più che belle, con i loro abitini colorati. E lui che gironzolava in quell’harem come un principino, presentandomi e mettendole in imbarazzo davanti allo “straniero”.

Shaidh, il fedele cavaliere, unico muslim del gruppo. Anche lui laureato, in economia ad Hyderabad.
Il duro, quello con cui si parla con rispetto, sempre precisissimo, impeccabile nell’abbigliamento, sfoggia le sue camicette, bianche o nere, e l’immancabile kefia, che qui usano un po’ tutti per via della polvere. Si vede che ha studiato in città: è il più sveglio ed interessato ed è l’unico che ha manifestato apertamente di essere interessato anche ad un cambio radicale, alla scoperta di altre culture. Il coraggioso.
Di lui è difficile parlare: abbiamo instaurato un rapporto tale che, come per gli amici intimi, non hai più un punto di vista lucido. Se qualcuno mi chiedesse di descrivere Dodo andrei in tilt. Saprei giusto dirti “il maldestro col nasone”.

Hatte, l’altro sikh del gruppo, è uno spettacolo. Lo amo.
Quando ci siamo salutati sul pullman, non voleva più scendere, mi ha stretto così forte che mi è uscita anche una lacrimuccia.
Peserà 50kg, con la sua barba lunga ed il suo turbante. Mi ha fatto vedere i lunghi capelli che gli arrivano al sedere (riesce a farsi il giro della vita), onore per pochi: Shaidh si è stupito.
Quando c’è lui mi sento sicuro, pieno di attenzioni. E’ il piu curioso di tutti, fa mille domande ed è una guida impeccabile: sfoggia il suo inglese coloniale e mi dà le dritte per evitare figure di merda.
E’ uno che prima di sedersi, soffia sul cemento per spostare eventuali animaletti, così da non schiacciarli.

Il sosia di Bombolo (il nome me lo sono fatto ripetere dieci volte, ma non ci vuole proprio entrare nella mia testolina).
Lui c’è sempre. Guida l’ambulanza ed il pulmino della Rescue Team e non ho capito ancora come possa gestire gli orari di lavoro (ma questo un po’ tutti). Non parla quasi per niente l’inglese, giusto un po’, ma ci capiamo a gesti, e mi ha insegnato l’equivalente di “ngulo” in hindi: boata-cha..ii!
Con lui, Shaidh e Baba siamo andati oltre frontiera, ad un tempio di “Supergod”, come lo chiamano loro, quello con la faccia da scimmia, Hanuman.
C’è una statua gigante proprio nel centro di Jagdalpur e siamo stati accolti da un vecchietto tutto arzillo che, dopo averci fatto accomodare, ci ha preparato tre o quattro cilum. Beh, il cilum nel tempio è tutta un’altra storia: innanzitutto mi hanno spiegato da dove viene la maal, come la chiamano qui (l’erba, per intenderci).
Ora vi racconto la storiella in breve: come sapete, il dio Shiva, nella notte dei tempi, per togliere il male dal mondo, bevve tutto il veleno della Terra e si intossicò, infatti divenne tutto blu. Per guarire da tutto quel male, creò un’erba particolare, staccò un corno al suo fedele toro (suo mezzo di trasporto, infatti di fronte ad ogni tempio di Shiva c’è un bel bue di pietra), lo riempì e se lo fumò.
Dopo aver fumato di gran gusto, guarì istantaneamente, anche se rimase blu.
Quale può essere lo spirito con cui ti fai un cilum in un tempio, dopo questo racconto?
Ve lo dico subito: con la coscienza pulita, con un vecchino che parla di creato, di tolleranza, di uguaglianza di tutte le creature (nel senso di tutto ciò che è stato creato e non solo degli esseri viventi), di condivisione e di amore per tutto.
E dico ‘tutto’, perchè tutto merita amore, come diceva il vecchietto: ama anche il tuo nemico (lo diceva anche qualcun altro ‘di più conosciuto’).

Preparata la pozione, mi ha messo in mano l’arnese di terracotta e, come per benedirmi, con molta dolcezza, ha messo il palmo della sua mano sulla mia fronte per poi darmi l’onore di iniziare le danze. Sapete com’è, l’ospite.
A quel punto ho detto che stavo bene e mi sentivo…sì, felice di stare lì, in pace, a condividere quei momenti con loro, appena conosciuti, ma già con una confidenza tale da chiamarli ‘amici’. Come se fosse la prima volta in cui ti senti di far parte del mondo e di essere protagonista e di avere il dovere di parteciparvi.
Stavo bene, anche se dopo un pò mi sono disteso e mentre ascoltavo le loro parole (logicamente in hindi, ma ad un certo punto pareva anche di capirli) come in un sogno, volavo verso una luce ad una velocità supersonica e questa luce piano piano si mostrava come un pianeta. Sì, il nostro caro pianetino che si avvicinava sempre di più e si riconoscevano i continenti e l’India, sempre più vicina, ed al centro si vedevano foreste e poi, sempre più vicino, un centro abitato e, ancora di più, il tempietto e noi in cerchio, fino a rientrare nel mio corpo.
Non mi sono neanche accorto che mi ero addormentato, così Baba proprio in quel momento, con un colpetto, mi ha detto che il vecchietto mi aveva invitato al suo chioschetto a bere una limonata fresca con soda e sale (questa è l’usanza, penso per idratare meglio). Evidentemente avevo una faccia…
Siamo usciti dal tempio, ero senza forze e mi sentivo così leggero che mi pareva di non toccare per terra.
Hai capito l’erbetta del vecchino! Una mazzata così forse dalle medie non la prendevo.
Ci siamo dissetati al chioschetto, in mezzo ad una strada che sembrava di stare in Colombia.

L’ultimo dell’anno ho preso l’autobus che mi ha portato ad iniziare il viaggio di ritorno verso Pescara. Eravamo tutti eccitati e anche un’po alticci, per la fine dell’anno. Poi è arrivata l’ora di salutarsi. Dopo il classico scambio di email e di numeri di telefono, facciamo l’ultimo brindisi, con la promessa di tenerci in contatto.
Mi sono commosso a vederli tutti sotto al pullman a salutarmi. Lasciare un pezzo di me in questa città che fino a qualche settimana fa per me non esisteva, lasciare memoria di me tra questa gente mi riempie il cuore e l’ego. Forse è questa la mia natura. Stare in mezzo alla gente, farmi amici, cosa che mi è sempre risultata naturale.

E sapere che qualche anima pia sia già in attesa all’aeroporto, come si dice, non ha prezzo.

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