Sveglia a Murud

Non ci credo: solo qualche clacson qua e là e dalla finestra si vede anche il mare!
Beh, andiamo a fare colazione. Ma qua si mangia piccante pure a colazione, è difficile farci l’abitudine, specialmente quando fai i conti dopo col cesso…
Snack piccante e incontro col PR del villaggio, che mi fa capire subito che, è vero, l’unica attrattiva della zona è la fortezza o, in alternativa, una spiaggetta poco più a nord, Kashid Beach.

Andiamo al mare! Tanto il forte non l’hanno mai espugnato, ha resistito alle intemperie per secoli, va’ a vede’ che crolla proprio oggi, può aspettare. Mi sono diretto verso la spiaggia, manco ve lo dico: panorami da strapaura, con la fortezza in lontananza come una nave ancorata ad aspettarmi.
Panorami e curve, ma ddò cazzo sta ‘sta Kashid Beach?
Il “poco più a nord” voleva dire “40km” e su quelle strade vuol dire 2 ore, non contando le prime soste.

Arrivato, mi si presenta una serie di catapecchie fatte di tronchi e palme per fare ombra, sotto una bella pineta. Ho scelto la più piccola e sobria: all’interno c’erano due vecchini che in due pesavano al massimo quanto me: lui di uno scheletrico gandhiano sorridente e accogliente, lei tutta indaffarata a far non so cosa dentro una scatola in cui c’era tutta la loro attività commerciale..
E che vedo? Delle belle amache…ahhh relax! Dopo giorni di caos, che goduria, una bella sprite, all’ombra a dondolarmi.
Vediamo che si mangia in questo angolo sporco di paradiso, chiedo: “it’s possible to eat something?” e gandhi fa: “aanda aanda”, tagliando in piccoli parti una cipolla.
Ma esiste un piatto con la cipolla come alimento principale?
Allora ripete “aanda aanda”.
Io gli stavo rispondendo comunque di sì, tanto se questo passa il convento accontentiamoci. E lì interviene la signora che, con evidente senso pratico, aveva imparato a dire in inglese almeno quelle due cose che vendeva: eggs, onion.
Ahhh frittatone di cipolle… con la sprite e l’amaca… e che vuoi di più dalla vita?
Un Lucano non mi avrebbe fatto schifo. Ma qui non vanno molto d’accordo con l’alcool, un po’ perchè sono musulmani, un po’ perchè in ogni paesino c’è un tempio ed essendo considerato suolo sacro nun se beve.
Ci ho passato ore splendide, tranquille, da scordarsi il passare del tempo…
Mi so’ scordato della fortezza, cacchio, è tardi e domani devo partire! Ci devo arrivare prima del tramonto.

Il ritorno è sempre più veloce, non c’ho messo come all’andata e sono arrivato al paese che mancava poco al calar del sole. E chi ti becco?
Il PR, che a quanto pare passa la giornata alle porte del paese, il posto migliore per beccare chi entra e chi esce.
Gli chiedo se secondo lui ce la facevo ad arrivare al porto e a noleggiare una barchetta. E lui, ondeggiando la testa alla maniera loro, “Sure”. Si mette al telefono e mi dice di sbrigarmi, che c’è l’amico suo che mi sta aspettando e mi dice un nome che non fa neanche in tempo ad essere pronunciato che io già non ho capito, e IO posso far vedere che non ho capito? No!
Mi abbendo verso il porto e lì trovo una folla di bestie sudice che strillano ad alta voce e come passo si azzittiscono. ‘Minghia, chi è su straniero?’ Mi sono sentito un po’ osservato, e anche un po’ sperso, non sapevo proprio cosa fare… e mo?

 

Intravedo il molo e un tipetto barbuto con il braccio alzato. Sarà mai il tizio col nome inpronunciabile? Intanto la folla mi si accalca. Sì sì è lui, fa cenno a me, sono l’unico che lo guarda.
Mi lancio, “the boat, the ship, i had to go, ciao ciao”, e cosi ho messo la prima e loro mi hanno fatto largo tranquillamente. Mica ho capito cosa volessero, boh, curiosità, cercavano di aiutarmi, ma ce ne fosse stato uno che parlasse un minimo di un’altra lingua che non fosse la loro.

Comunque sì, era lui: un bel barbone sopra la faccia da Harvey Keitel e un copricapo, che, pensandoci, hanno in comune ebrei, musulmani e pretacchioni d’alto bordo. Accompagnato da un ragazzino che di indiano non aveva proprio nulla, proprio un negretto d’africa.
Harvey mi carica sulla sua fantastica bagnarola a vela e salpiamo, lasciandoci alle spalle i rumoracci della folla sul molo, con la brezza a tirarci verso il largo. Dopo 10 minuti, arriviamo a questo bastione costruito forse su degli scogli, ormeggiamo e lasciamo l’imbarcazione in balia del secondo.
Non era un equipaggio del luogo, lui afgano e il negretto sudanese, infatti l’Harvey della situazione parlava perfettamente l’inglese, ma non con accento indiano (che vuol dire: non ci devi capire niente), e sapeva perfino qualche parola in italiano; mi ha fatto un po’ da guida e poi mi ha lasciato perdere nella fortezza in rovina.

Io, solo, in tutta questa possenza mai espugnata da nessuna flotta, ormai abbandonata e riconquistata dalla natura.

2 pensieri su “Sveglia a Murud

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *